giovedì 27 settembre 2012

Dolce tsiribihina

Chiunque abbia avuto la fortuna di visitare il Madagascar sa che trovare aggettivi decisi e unici per descriverlo è impossibile. Questa grande isola offre molteplici sfaccettature sia nei suoi paesaggi che nei tratti culturali. Forse a causa delle grandi dimensioni o della posizione geografica, ma anche della tante influenze che hanno formato via via nel tempo il carattere del popolo malgascio.

La maggior parte dei voli intercontinentali diretti in Madagascar arriva all'aeroporto di Antananarivo, capitale del paese. Non sarete accolti in grandi sale, corridoi chilometrici e voci metalliche ma da un caldo profumo di terra e fiori. In questo piccolo aeroporto non ci sono navette che vi accompagneranno dalla pista al terminal: si va a piedi. Qui, dopo aver sbrigato le formalità del visto, rimane ben poco da vedere perciò l'unica cosa da fare è lasciarsi andare all'assalto dei taxisti, così determinati e invadenti da risultare, alla fine, veramente simpatici. Contrattare sui prezzi e le tariffe è la parola d'ordine, quasi una necessità, un modo per conoscersi ed entrare in confidenza.
Tra il villaggio di Ivato, dove si trova l'aeroporto, e la capitale scorrono via solo una quindicina di chilometri. I primi percorsi in terra malgascia, quelli che ti danno le sensazioni più forti e penetranti. E' l'inizio di un viaggio con tutto ciò che si porta addosso: lo stordimento, l'entusiasmo della scoperta, la voglia di essere proprio lì dove si desiderava arrivare. Eccoci in Africa seppur in una zona particolare di questo continente, di certo con tutte le problematiche e le meraviglie che lo contraddistinguono. Via via che ci si avvicina alla città le baracche dei sobborghi si fanno più numerose, il passaggio delle auto è ostacolato da vecchi minibus, carri, animali e bambini.
La vita si svolge letteralmente al di fuori delle piccole case, sulla strada, pura condivisione di tutto con tutti. Agli occhi occidentali l'impatto visivo, olfattivo, emozionale è forte, quasi da risultare uno shock.
Antananarivo, abbreviata Tanà, è una città dall’aria moderna, con case e piccoli palazzi in muratura, strade, negozi e alberghi. In mezzo al caos e allo smog spuntano i visi sorridenti delle persone. Nulla è regolare o ben definito: le case sono perennemente in costruzione, le auto vecchie e malandate, i marciapiedi sono un percorso ad ostacoli tra ambulanti e spazzatura. La povertà si avverte e ti viene sbattuta in faccia in ogni momento. Tanà è tuttavia la base di partenza per ogni altra destinazione del paese.

Una delle escursioni migliori e più appaganti da intraprendere in Madagascar è la discesa del fiume Tsiribihina situato a sud-ovest dell'isola. Per iniziare questa avventura occorre prendere un mezzo che porta alla città di Antsirabe, circa 3-4 ore a sud della capitale, punto di partenza per le meraviglie del fiume.
Prendere un mezzo di trasporto significa addentrarsi nelle gares routières , le stazioni a cielo aperto dei taxi brousse o taxi della boscaglia. Un'esperienza intensa che all'inizio lascia frastornati e scoraggiati. Vi troverete di fronte a un grande parcheggio dove gli autisti si contengono i clienti a gran voce e vince chi contratta meglio. Una volta stabilito il prezzo non serve essere impazienti perché l'orario di partenza non è certo quello previsto, ma si aspetta semplicemente che tutti i posti del piccolo bus siano occupati, per partire a pieno carico e spesso anche qualche persona in più.
Antsirabe si trova nella regione degli hauts plateaux dove il clima afoso ci abbandona e l'aria diventa frizzante. Anche per questo motivo la città è diversa da ogni altra dell'isola: più tranquilla e ritmata, contornata da grandi viali percorsi da moltissimi pousse-pousse o riscio' che ti ricordano immediatamente le influenze asiatiche dei malgasci.
Da qui, molto facilmente, si trova l'organizzatore del tour sul fiume. Non c'è che l'imbarazzo della scelta tra tutte le offerte che vi verranno fatte per strada, negli alberghi o da amici di amici. Formato il gruppo di una decina di persone si parte molto presto con un taxi brousse alla volta del villaggio di Miandrizavo da dove, il mattino seguente, inizia finalmente la discesa del fiume. Naturalmente il bagaglio da portare con se dovrà essere il più pratico e leggero possibile, ci avvertono di procurarci cappelli per ripararsi dal sole e dal caldo.
All'alba, dopo tanta attesa, ecco apparire all'orizzonte i piroguier. Giovani e intraprendenti, i ragazzi malgasci caricano tutto quanto necessario per il gruppo che si è avvicinato alla riva del fiume. Viveri, acqua, tende, piccoli materassi che si riveleranno molto utili nei giorni successivi.
Naturalmente tutta l'operazione, lenta e a tratti incomprensibile, è accompagnata da una gran quantità di bambini che guardano, osservano ogni particolare: dalle strane scarpe, alle macchine fotografiche, dai vestiti agli occhiali da sole.
Inizia la discesa, inizia il viaggio sul fiume Tsiribihina, non solo fisicamente all'interno del Madagascar ma dentro all'essenza più intima della Grande ile . Vi aspettano 140 chilometri di acqua tranquilla, animali e villaggi e persone che attendono sulle rive.
I piroguier scandiscono con il ritmo delle loro pale l'andatura regolare della discesa. All'inizio bisogna prendere confidenza con questa imbarcazione tradizionale a 2 o 3 posti, a seconda della sua lunghezza. Ma i malgasci con la loro abilità e semplicità fanno di tutto per mettere a proprio agio le persone e per rendere piacevoli anche i momenti di difficoltà. Bisogna sfruttare le ore più fresche della giornata per macinare chilometri, infatti da metà mattina in poi il sole e il caldo cominciano ad essere opprimenti.
All’ora di pranzo i piroguier si rivelano anche bravi e pratici cuochi, dai fuochi improvvisati escono riso alle verdure, pollo speziato, zuppe. Una delle sfide più dure da affrontare è la sete: siamo in Africa e l’acqua non è per niente qualcosa di scontato. Abbiamo imbarcato diverse bottiglie, per i nostri tre giorni di discesa e siamo dunque già fortunati ma non è facile abituarsi a bere acqua bollente. Per noi popolo delle bibite ghiacciate, dei frigoriferi e dei condizionatori è davvero una bella scoperta: disseta!
Verso le cinque del pomeriggio, stanchi e con gli occhi pieni delle immagini della giornata, cominciamo ad avvicinarci alle secche in mezzo al fiume dove monteremo le tende e dormiremo. Nella confusione generale le nostre guide sanno invece perfettamente cosa fare e bisogna farlo subito, prima del tramonto. Noi viaggiatori iniziamo a preparare le tende distratti dal sole che pian paio diventa una meraviglia e ci lascia per una notte stellata da non credere. Intorno al fuoco siamo davvero molto affamati, divoriamo tutto, i piroguier si tengono un po’ in disparte ma quelli che conoscono il francese o l’inglese chiacchierano volentieri.
Durante la notte il silenzio assoluto e lo scorrere lento dell’acqua sono gli unici rumori..
Il secondo giorno la sveglia è all’alba. Nei bagni improvvisati dietro ai cespugli ci prepariamo veloci. Nessun comfort e nessuna attenzione superflua a se stessi, tutto ciò non è necessario.
Siamo di nuovo sulle nostre imbarcazioni e il paesaggio comincia a cambiare. La vegetazione folta della rive dove abbiamo visto camaleonti e tartarughe lascia il posto a pareti rocciose. Charli, il nostro accompagnatore, è felicissimo quando trova un grosso camaleonte, dice che lo porterà ai suoi bambini, mi viene in mente che forse è commestibile. Sulle rocce è facile scorgere piccoli puntini blu intenso, il “martin pescatore”, oppure nuvole nere di pipistrelli ben attaccati nelle cavità. Non ho contato quanti bambini ho visto su quelle rive, erano moltissimi e simpatici nelle loro magliette strappate, aspettavano il nostro passaggio per un saluto e mille sorrisi.
La gente dei villaggi sul fiume approfitta del passaggio della piroghe per farsi portare messaggi, piccoli pacchi o notizie dai piroguier, metodi antichi di comunicazione che ricordano a chi se lo fosse dimenticato il dono della pazienza.
Al termine di questa giornata siamo già molto stanchi, mangiamo silenziosi ma a me non dispiace, ho così il tempo per imprimere nella mente tutte le immagini che non sono state rubate con una fotografia, ma che sono e saranno altrettanto forti nei miei ricordi.
Al terzo e ultimo giorno ci fermiamo per il pranzo alle cascate, pochi metri addentrandoci dalla riva ed ecco apparire queste due meraviglie di acqua pura, trasparente e fresca: le piscine naturali. Sarà il primo bagno in tre giorni, un vero piacere.
Giunti al termine del percorso siamo quasi stupiti perché non sembrava così vicino eppure anche così atteso, perché la fatica è stata tanta.
Saluto il piroguier Tata nel nostro linguaggio fatto di piccoli gesti, perché purtroppo non parla francese, non sembra per niente stanco e a sorpresa scopriamo che tutti loro torneranno immediatamente indietro, remando controcorrente, torneranno alle loro case e a prendere altri viaggiatori.
Il percorso che ci ha portato delle rive dello Tsiribihina al villaggio più vicino è stato denso di emozioni. Gli zebù trainavano i carretti con i nostri zaini, noi tutti sognavamo un letto e un bagno, ma quei cinque chilometri a piedi nelle campagne sono stati segnati da un’atmosfera dolcissima. I bambini che ci offrivano i fiori, le persone che salutavano, i colori di quella terra: il nostro passaggio goffo e stanco era accolto con una simpatia molto rara, la nostra invasione era accettata e tollerata, i nostri visi sconvolti ignorati e consolati. Che momento perfetto! Infine siamo arrivati al termine del viaggio: piccoli bungalow sono pronti per noi, cibo e acqua corrente. E all’orizzonte si scorge il primo immenso Baobab.














1 commento:

.TelA ha detto...

Sono basito. Non immaginavo di immedesimarmi tanto. Quando ho letto del baobab ero pieno di emozione. Fossi stato in altro luogo avrei ceduto ai miei argini.
Brava viaggiatrice.
Tatà sarà un nome che rimarrà nella mente, anche se per altri motivi.
Mi domando sono una roba: sarà possibile percorrere mondi anche meno lontani da qui?
La risposta sta nella domanda, lo so, ed io credo di averla.